poésie d'action

Alberto Mansala

Serge Pey

Ho incontrato Serge Pey per la prima volta in Italia.

Quella sera ho visto un uomo posseduto dal ritmo incalzante e progressivo della sua stessa poesia, capace di trasportare nella trance centinaia di persone.

Impugnava un bastone.

Lo sforzo fisico era portato all’estremo, grondava fiumi di sudore, e l’impressione era che anche le parole, che grondavano dalla sua intelligenza selvaggia, formassero un fiume sotterraneo che, confondendosi all’interno con la propria memoria, veniva espulso sgorgando dal suo corpo insieme al sudore.
Parlava francese ad un pubblico di italiani e credo che non ci fossero tanti in grado di poter cogliere a fondo anche la bellezza dei versi che pronunciava.
Ma, nonostante questo, la forza che esprimeva era tale da non lasciare dubbi né spazio ad una fruizione da spettatore: il trasporto avveniva in un coinvolgimento destrutturante di ogni convenzione poetica, venivano travolte le barriere del senso e diventava impossibile assistere se non si entrava con lui nel rituale di possessione.

Mai come allora ho avuto l’impressione di trovarmi davanti alla poesia, cioè davanti all’inatteso nero da affrontare: il vuoto delle parole in cui ci viene chiesto di versare il senso in modo attrattivo perché possa essere ascoltato e raccolto.
Mai come allora ho avuto una conferma della mia distanza dalla cultura dei ‘conquistadores’, dei colonizzatori di ogni genere. Quella cultura occidentale che ha ribaltato la figura del poeta rendendola funzionale ad una filosofia dell’assenza, dell’astrazione, dell’ispirazione illuminata. È quel poeta la cui presenza è inoffensiva, che spesso è attento solo alle ambizioni, che deve rimanere sulla soglia a fare esercizi di stile per poter giustificare la propria incapacità a compiere l’attraversamento e riportarne le visioni.

Fra tutte le genti che ancora sanno ascoltare, succede il contrario.
L’uomo viene nominato poeta dalla comunità ed invitato a cantare solo se gli è riconosciuta la capacità di vedere l’oltre e di saperlo ritrarre.
Questi sono i luoghi dove nessuno può chiamarsi poeta: sono coloro che lo ascoltano a nominarlo, ad investirlo del carico, riconoscendogli qualità di rappresentanza ed autorità rappresentativa; e sono sempre loro a revocargli l’investitura se non fosse più in grado di sostenerla.
Là il poeta è qualcuno che ha la forza di esprimere la voce, di trasportare voci impronunciabili altrimenti, di testimoniare in nome di tutti.
È il tramite dell’alterità, ed il suo poema rappresenta la misura delle distanze da colmare.

Serge è un uomo che ha il coraggio della poesia.

Assume quella parte che gli è stata assegnata accostandosi al corpo per ingannarne i contorni, per dilatare i confini in cui è racchiuso, per affrontare quell’essere che le visioni hanno allargato.
Sa come stare davanti al vuoto e come tessere il cammino di parole che ne consentono l’attraversamento, il cammino di sintesi tra le voci impedite….
Per fare questo dispone di vocaboli che hanno robusta compattezza e conservano una lingua intransigente, anche nella fragilità, nel dolore, nell’espressione minima, nel silenzio.
La sua lingua si assenta dalle identificazioni, ne passa i limiti, diventa androgina, si esprime in una tensione che dice oltre sé stesso e la propria esistenza.
Fa uso di parole già note e già comprese e ne alleva discendenze inesprimibili che, pronunciate, diventano gesto e suono.
Il gesto, sazio di vista precedente, e il suono, che nei toni diventa percettibile, sono la forma estesa della scrittura lineare, o, meglio, è la scrittura lineare a diventare testimonianza ristretta di questo passaggio.

È questa concezione della poesia (che ci affratella) a farne il poeta/simbolo della filosofia diretta, della transe, della possessione poetica che avviene nel ritmo del canto.

La sua scrittura è la rosa perenne che spunta con tali radici d’amore sulla roccia invariata del quotidiano, da avere la forza di spaccarne la fissità delle convinzioni.

Assistendo ad una sua inarrestabile rappresentazione, si viene trasportati in territori estranei ad ogni forma conosciuta e si ha la certezza di accedere a qualcosa di universale sia nella sua natura di collegamento (il linguaggio) sia in quella umana (il sentire oltre).
Tutto avviene in naturale familiarità con una dimensione del sacro che non ha bisogno di ricorrere alla trascendenza, all’esoterismo, al divino: un sacro domestico, animato ed animista, che ci appartiene sempre perché sa rappresentare ciò che sta dentro ogni altra sostanza di vita.
Durante le letture impugna un bastone di castagno (lunghezza circa un metro e mezzo, diametro 2,5 cm.), ricoperto da una scrittura fitta e sottile intervallata da piccoli disegni : il supporto lineare del testo.

Ecco quindi che l’opera si completa in tutte le direzioni :

la scrittura, profonda e metafisica, innovatrice anche nel linguaggio, il gesto, profetico, da sciamano che danza, la voce, ritmica e musicale, resa corpo dalla percussione del battito dei piedi, ed il bastone, opera visuale di incredibile bellezza, che, come anche il resto, non deriva né da una scelta estetica gratuita, né da una pur geniale intuizione spettacolare, ma da un fatto che qui riporto come mi è stato raccontato da lui1.

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In Sardegna, in Francia, in Italia… già da dieci anni, Serge ed io condividiamo in profonda fratellanza momenti di poesia ed esistenza. Periodicamente ci incontriamo sul terreno della scena, del fare poetico. Per me è stato quindi naturale tradurlo appena si è presentata un’occasione dignitosa. L’ho fatto per il Maestrale, ottima casa editrice di Nuoro, in Barbagia, quasi a suggellare la sua appartenenza acquisita nelle numerose vicende vissute insieme ai miei (ormai anche suoi) più preziosi compagni di strada. Sardi come me: Antonio Are, Fabiola Ledda, su Cuncordu Bolothanesu, il gruppo di canto « a tenore »2  per cui scrivo i testi.

Ho scelto i poemi allucinogeni del peyotl: Nierika, o le memorie del quinto sole.

È un testo importante, che determina un atteggiamento di grande distanza da coloro che, con presunzione ed ignoranza autoreferenziale, definiscono « etnico » tutto ciò che appartiene alle culture « altre » da sé stessi. Un testo che stabilisce un profondo divario etico dal paternalismo bigotto delle accademie, misurandosi nel linguaggio di chi ancora sa cantare… narrare… ascoltare.
Ma anche uno dei suoi testi più orali.
Una scelta difficile quindi. Uno scritto per cui ogni commento è quasi una forma di violenza, la quadratura orizzontale di quel bastone di castagno, che ogni volta che viene impugnato nell’azione ridiventa verticale.
Il mio lavoro è stato quello di riportare il suo testo come una voce distesa, una danza appoggiata su un foglio di carta per il quale nessuna scrittura lineare sarebbe stata possibile, né tantomeno una sua traduzione, così come non lo è per il gesto o per il suono, se Serge stesso, con la sua scrittura, non lo avesse reso poema in modo così nitido e risoluto.

Per superare i limiti della traduzione, l’assenza del suo fondamentale corpo di ritmo e voce, la sola possibilità era confidare in quel prodigio che la vera poesia sempre dovrebbe compiere :

che la forza del testo potesse trascinare il lettore nella condizione che sempre si ripete quando Serge porta di persona le parole per consegnarle direttamente a chi ascolta

che ogni lettore pronunciasse quelle parole con la propria voce, espropriandole sia al ritmo vitale che le ha concepite, sia all’altro ritmo che le ha trasmesse nella traduzione

per riuscire a trovare il ritmo che più gli è necessario e così completare l’opera.

  • Un giorno, davanti all’ingresso del mercato di Beirut, vidi degli uomini armati che fermavano tutti quelli che entravano e domandavano loro il nome del pomodoro che tenevano in mano. Così, a seconda che questi rispondessero Bandóra o Banadoúra, in base alla pronuncia, riconoscevano i Palestinesi. Come in un ricorso biblico (nella Bibbia viene riportato lo stesso episodio, ma riferito al nome del grano…), ancora i Palestinesi potevano essere discriminati e addirittura messi al muro, anche se questa volta erano i cristiani di Beirut a farlo. Tornato a casa, nell’orto vidi i bastoni di castagno che reggevano le piante di pomodoro. Pensai che da allora avrei scritto i miei testi su dei bastoni di castagno per ricordare questo fatto e vendicare il nome dell’uomo e quello del pomodoro (tomate) che è un nome indio, come i miei fratelli Huitcholes o tutti i Chiapanecos, che ancora resistono.
  • Il canto a tenore, a quattro voci maschili in cerchio, è la forma rituale di canto pre-strumentale tipico dell’interno della Sardegna. Un canto estatico in cui molti leggono evidenti richiamidi rappresentazione dionisiaca. Unico al mondo, ha origini millenarie. Utilizza la gutturalità in funzione ritmico-percussiva e, soprattutto, sviluppa l’interpretazione del testo poetico.